Maria Isabella Vigo Poggi

del pianoforte o del greco classico. 

 

Quando si parla oggi di un matrimonio fecondo, si parla in genere di una coppia che ha messo al mondo 4 o 5 figli. Il fatto che si possa superare il numero di 10 figli, non viene generalmente contemplato o lo si relega a casi particolarmente fortunati.

Durante in periodo fascisca Maria fu addirittura insignita di una medaglia come madre prolifica, alla nascita dell'ottava figlia Gabriella. Anni dopo Maria chiederà alla stessa figlia di buttare nella spazzatura l'onoreficenza.

Per Maria ed Enrico non fu semplice avere una famiglia così numerosa. Lei ebbe degli aborti a seguito della guerra che portava ad un livello di denutrizione pesante. Inoltre dopo il parto, alcuni dei figli hanno sofferto di inappetenza e la madre ha sofferto di mastiti. Quando l’ultima nata causò questo inconveniente e si temeva di dover intervenire chirurgicamente la famiglia si trovata ospite in campagna della zia Francesca e la famiglia fu rassicurata dal veterinario locale sul fatto che le mastiti potevano risolversi senza necessità di chirurgia.

Una plurimadre come lei percorse una strada piena di ostacoli e ci si potrebbe chiedere come abbia trovato la pazienza per accettare l’inappetenza mostrata dai figli, o la mancanza di calcio prodotta dalla gravidanza che si traduceva per lei in carie dentarie.

 

Maria, oltre alla laurea aveva le mani d’oro. Ottima cuoca, se la cavava egregiamente nella confezione di strudel, speck knodel, zelten, kugelupf (prodotti tipici dell’Alto Adige, da dove proveniva la madre), ma di marmellate varie, VOV, minestre con le patate, dolci a base di cioccolata e lo spumone. Molto brava con il cucito, il lavoro a maglia, l’uncinetto e il ricamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria parlava bene la lingua francese, un pò di tedesco, ed aveva un ottimo livello di conoscenza anche del latino e greco. Da anziana, per poter parlare con la nipote scozzese provò ad utililzzare il latino, ma poi imparò abbastanza parole inglesi, dal libro Venice di Desmond Morris.

 

Sapeva giocare a carte, ma non conosceva il bridge, ma solo il vecchio e poco diffuso gioco francese Ecartè, il cui difetto era di essere prevalentemente gioco di coppia. Questo le alienava le simpatie delle compagne di sfollamento incontrate in numero di 3 quando la guerra indusse le famiglie a rifugiarsi in campagna per evitare i bombardamenti. Speravano nel quarto per il bridge, mentre la nuova arrivata non ne conosceva le regole. In compenso, suonava discretamente il piano, che portò con sé durante la permanenza a Montecchia di Selvazzano, distante 10 km da Padova. Il pianoforte ad un certo momento si mise a suonare da solo. Qualcuno ipotizzò una vendetta di un vecchio conte il cui spirito aleggiava nella dimora a vita. Ma la Nina, che aveva seguito fedelmente la famiglia, donna molto concreta che nei fantasmi credeva ben poco sospettava un altro responsabile e con la luce del giorno scoperse che gli elementi percussivi venivano azionati da un topolino nascosto tra gli stessi. Il roditore aveva inoltre individuato come interessante un piccolo rotolo di banconote nascosto da Maria nell'improvvisata cassaforte, e aveva cominciato a rosicchiarne una parte. Ci volle l’aiuto di un funzionario di banca conoscente per tornare in possesso della somma originaria. Purtroppo durante la permanenza della famiglia nella villa cinquecentesca nella quale la famiglia passò circa due anni non ci furono molte occasioni di fare musica perché una brutta caduta dalla bicicletta della pianista ne causò una lunga permanenza all’ospedale di Padova, con le aggravanti di una lunga trazione, una dolorosa nevrite e una brutta lesione da decubito. Durante questo ricovero Enrico, con il “pretesto” di ospitare un collega e la di lui consorte, cui un bombardamento aveva distrutto la casa, scelse di cedere alla coppia il letto a due piazze di cui disponeva e di restare in ospedale a fianco della moglie, come infermiere dedicato.

 

Quando finalmente la guerra finisce, la famiglia si ritrova  riunita a Padova città, a parte Enzo.

L’esclusione di Enzo fu una conseguenza della scelta da lui maturata in quel periodo, di entrare nella Compagnia di Gesù, cui papà e mamma avevano acconsentito dopo un periodo di riflessione.

La casa di centro città non era stata danneggiata e potè accogliere tutti. Sul ripiano dello scaffale dei libri, si ritrovò intatto il servizio da thè delle bambole di porcellana, che era stato regalato ai più piccoli prima della partenza di due anni prima, con la raccomandazione: “Prima che li rompano le bombe rompeteli voi”. Il fatto che il servizio fosse ancora intatto sembrava un buon auspicio per il futuro.

 

Solo alla fine della guerra si riallacciano le comunicazioni e solo allora giunge la triste notizia della morte dello zio Carlo, finito su una mina durante l’esercizio della funzione della professione del medico.

 

La famiglia si rimette in sesto e riesce ad affrontare le vicissitudini legate al dopoguerra.

Nel ’48 nasce a Padova Claudia, che fin da subito si dimostra inappetente per poi ad un anno cadere dal seggiolone e rompersi il naso. La differenza di età tra Claudia e la madre ha sempre causato una certa distanza tra le due, infatti Claudia elegge la sorella Giuse, di ben 16 anni di più, quale figura materna. Claudia mostra inoltre un particolare attaccamento verso la figura paterna, dedicando coccole quotidiane al papà che veniva pettinato elegantemente al rientro dal lavoro, nei suoi momenti di lettura e relax.

Isabella ultima nata nel ’52 (dalla madre già 48enne) subisce una grave menomazione causa un attacco di poliomielite all’età di 8 mesi per cui le 2 gambe differiscono di 4 cm di lunghezza.

La predisposizione innata alla cura, della sorella Giuse la porta a stabilire un legame molto stretto anche con la piccola Isabella.

 

Dovunque Maria si trasferisse, non dimenticava mai di essere un membro attivo della comunità di San Vincenzo de Paoli, della quale è stata anche presidente. A Padova, Bologna, come a Roma frequentò questa organizzazione e sostenne i poveri locali con visite e donazioni.

 

Il trasferimento a seguito della promozione del capo famiglia da consigliere di Corte d’Appello a Procuratore Generale della Corte nella sede di Bologna, portò Maria a recuperare delle vecchie amicizie dei tempi dell'università, come la nota preside e poetessa delle scuole Medie Gandino, Lia Fenici Piazza e la storica del Medioevo, Gina Fasoli.

A Bologna la prima questione fu la ricerca di una casa adatta alla tribù Poggi. Doveva essere grande, possibilmente in centro città, con uno spazio verde a disposizione, possibilmente non in zona malfamata. L’ultima richiesta non trovò una risposta adeguata, ma ciò divenne evidente solo dopo anni quando i compagni di scuola spiegarono alle ingenue femmine della famiglia come mai dalle finestre dirimpetto alle loro si vedevano delle fantesche operosissime, nel fare e disfare letti a tutte le ore. Si scoprì così di essere dirimpettai di una delle meglio “case d'appuntamento” della città, il cui gestore era spesso occupato a godersi la TV.

Le due sorelle piccole, Isabella e Claudia, data la poca distanza e la temperatura calda dell'estate cercavano di sbirciare lo spettacolo televisivo corrente, dalla finestra della cucina, infatti in casa Poggi non si era ancora acquistato un apparecchio televisivo.

Dopo lo scoglio iniziale che la città aveva rappresentato per la famiglia Poggi, si pensava infatti che “i comunisti mangiassero i bambini”, poi invece gli anni trascorsi a Bologna si dimostrarono proficui. Fu possibile prendersi particolare cura della piccola Isabella, poliomielitica, avendo in città un ottimo ospedale specializzato in ortopedia, il Rizzoli.

Isabella si iscrive alle Scuole Minzolini e subito si dimostrò ansiosa di apprendere a scuola oltre a beneficiare dei nuovi spazi esterni dell'appartamento bolognese. Un cortile-giardino di 300 mq, che d’autunno rosseggiava con la parete di vite americana, e confinava con la sinagoga di via Finzi. Nel cortile 3 tigli e 3 platani riempivano lo spazio verde di casa Poggi.

Oltre alle cliniche di prestigio in città esistevano complessi sportivi molto accessibili, per cui Isabella cominciò a prendere lezioni di nuoto riuscendo a diventare piuttosto brava.

 

Un commento di Maria sul fatto che lo stipendio di Enrico fosse di ben 360.000 lire mensile diede una sensazione in casa di sicurezza, una visione di un futuro più roseo del presente.

Il periodo bolognese durò dal 1954 al 1962 e vide il matrimonio di alcuni figli, Carlo, Annamaria e Gian Franco.

 

Nel ’62 Enrico viene chiamato a Roma per ricoprire la carica di Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione e porta con se la famiglia con oramai solo 4 figli Paola, Lorenzo, Claudia e Isabella. Le altre tre figlie Giuse, Valentina e Gabriella che avevano un lavoro o un corso di studi in essere a Bologna, vi rimasero.

 

Suscitò un certo stupore nei colleghi e nei sottoposti, il fatto che Enrico, neo P.G. della Cassazione decidesse di recarsi a Roma per svolgere il suo lavoro in sede optando per il trasferimento di casa, senza quotidiane perdite di tempo di trasporto extraurbano. Una consuetudine mondana, il dono di un fagiano, cacciato nella tenuta di Castelporziano, da parte del Presidente della Repubblica, venne recapitato la sera del discorso inaugurale presso la casa del P.G. L’incaricato della consegna fu oltremodo stupito di non trovare in via de Gombruti a Bologna il destinatario del dono.

 

La vita nel quartiere di Monteverde Vecchio a Roma porta la mamma ad incontrare dei vecchi amici dei tempi di guerra e le figlie piccole Claudia ed Isabella, iniziano a frequentare una scuola di prestigio, del cui corpo docente faceva parte Attilio Bertolucci.

 

Lorenzo si laurea in Giurisprudenza con onore e riesce tramite una dieta a non rientrare nei requisiti richiesti per il servizio di leva, così può partecipare e vincere un concorso, fresco di laurea.

Paola s’inserisce nel mondo impiegatizio che gravita intorno ai ministeri, facendo vari concorsi e riesce ad ottenere un posto prima a Padova, e poi a farsi trasferire a Roma.

Nella sede romana trova un impiego nello staff del Ministero della Pubblica Istruzione. Era molto malvista dalle colleghe perché il tic-tac della sua macchina sempre in azione impediva loro di farsi delle sane chiacchierate.

 

Gli anni ‘60 portano ad evidenziare le differenze generazionali tra figli e genitori. Gianfranco sposa un’americana divorziata, originaria della Virginia. Per una famiglia di antica tradizione cattolica fu un grave colpo. Qualche anno dopo, il matrimonio di Isabella ha luogo in municipio, non in chiesa. I costumi della società stavano cambiando e le differenze tra le vecchie e le nuove generazioni emergevano fortemente.

 

Paola si sposa in una chiesetta dedicata al Preziosissimo Sangue ristabilendo un pò di equilibrio.

Claudia si Laurea in Lettere e si trasferisce in Egitto ad imparare l'arabo.

Un paio di furti privano Maria di tanti ricordi collegati al marito e le diedero la motivazione per riprendere la sua vita sotto le due torri di Bologna.

Decise di trascorrere i suoi ultimi anni in un appartamento del centro che le fu offerto in comodato gratuito dal genero Paolo, oggetto di frequenti visite delle figlie, del genero e dei nipoti molto amati. Nel vicinato erano presenti soprattutto vedove, che trascorrevano con Maria delle ore “mai con le mani in mano”, studiando nuove tecniche di lavori a maglia, a uncinetto, lavori di cucina con scambi di ricette, e poi la recita dei salmi assieme per chiudere la giornata.

 

Dopo la morte del marito Maria si convince che il modo migliore di ricordarlo, sarebbe stato di ricostruire passo passo le vicende che li avevano visti protagonisti nel corso degli anni, dal 1920 anno in cui si sono conosciuti al 1970 quando lui se ne andò.

Il diario, presentato all'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, nel 1998 fu insignito del Premio speciale della Commissione di lettura Giuseppe Bartolomei per la realizzazione di “una grande autobiografia collettiva di una famiglia italiana scritta sotto forma di dialogo con il marito scomparso”.

Maria Isabella si spegne nel 1988 all’età di 84 anni.

 

realizzazione con tecnica retino

realizzazione con tecnica retino

dettaglio della tecnica retino

dettaglio della tecnica retino

dettaglio della tecnica retino

dettaglio della tecnica retino

lavoro eseguito da Maria con tecnica retino