Ferdinando Poggi

(1902)

Combattuto fino dalla giovane età tra aspirazione per la carriera militare in marina e la vita cittadina da bravo e volenteroso studente, non ha saputo poi abbandonare del tutto i rimpianti e per sempre durante la sua vita ricorderà la marina militare e le sue importanti ricorrenze.

Esce dall'Accademia Militare per motivi gravi di salute nel 1916.

 

Scriveva nel suo diario nel 1919: "stasera poi, come tutt'oggi sono in condizioni di spirito abbastanza basse. Penso al mio futuro in cui non vedo che gran massa confusa, nera, tenebrosa e vaga e in mezzo a questa massa non c'è che un piccolo sentiero un pò meno buio, un pò meno nero che può servirmi di traccia, ma non so neppure se questa traccia è la buona".

Con tale disposizione d'animo Ferdinando si accinge dunque ad intraprendere quell'attività che di li a pochi anni avrebbe iniziato.

Nel futuro poi accanto al lavoro di ingegnere e architetto, darà libero sfogo alle sue ispirazioni talvolta di natura poetica talvolta pittoriche, anche di più semplice riflessione privata.

Si iscrive all'università nel 1919, laureandosi in Ingegneria civile a Roma, nel 1924. Si iscrive all'Albo professionale degli architetti di Firenze nel 1933.

Mutevoli sono state sicuramente le situazioni del contesto in cui ha operato dagli anni del fascismo dirompente, al dopoguerra, dalle grandi opere pubbliche, alle pregevoli dimore private poi ancora agli eventi dell'esplosione edilizia, dai restauri storici ai piani urbanistici per la sistemazione e l'attuazione dei P.R.G.

Ma la svolta determinata dalla fine del conflitto, la ripresa economica del paese, la possibilità di avere contatti con committenze intraprendenti e volenterose, ha sicuramente posto le condizioni per un modo di agire e di proporre soluzioni concettualmente nuove.

 

Nei primi anni di attività, tra la fine degli anni '20 e gli inizi degli anni '30, partecipa a diversi concorsi di carattere nazionale ed internazionale, in cui esprime, totalmente libero da vincoli, la sua idea di architettura.

Negli anni '30 dirige i lavori dell'Istituto Benito Mussolini (oggi Ospedale Carlo Forlanini) a Roma e dell'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale a Padova.

Dal 1938 in Albania, in collaborazione con l'architetto Gherardo Bosio, lavora alla trasformazione della Villa Reale di Tirana, per il Ministero degli esteri.

Successivamente è impegnato a Firenze e in Toscana in lavori di ristrutturazione e restauro di vari palazzi storici. A Firenze trasforma e restaura il Palazzo Rucellai e il Palazzo Corsini.

 

Nel 1948 nei suoi diari si leggono intensi momenti di riflessione: “l'arte è espressione. Se non tiri fuori quello che hai dentro, quello che senti, e non lo fai sentire nello stesso modo agli altri, senza bisogno di parole e di spiegazioni, non sei un artista. La natura sta a Dio come l'opera d'arte sta all'artista, detto in termini matematici. E, in senso lato, tutto è arte, e tutti gli uomini, in quanto agiscono, sono inconsciamente degli artisti, perché ogni atto umano, anche modesto, quotidiano, in quanto espressione di vita e creazione, è un atto di arte, dal lavoro manuale alla sinfonia di Beethoven. La pigrizia e il dubbio sono i peggiori nemici della creazione artistica.” e aggiunge, “Il peggior tormento è quello di non aver la forza morale di fare e la perseveranza di completare tutto quello che l'istinto ti fa intraprendere, o ti spinge a cominciare”.

Si spegne a Firenze nell'ottobre del 1986.

 

E' autore di un piccolo volume di divulgazione tecnica, Il cemento armato, Roma, P. Cremonese, 1929.