Enrico Ettore Poggi

proprio comandante di compagnia (Selo, Carso, 25-26 maggio 1917)”. Come combattente decorato al valore militare diviene membro dell'Istituto del Nastro Azzurro.

 

Dopo aver partecipato ed essere stato selezionato al Concorso per l'ingresso nella Magistratura viene inviato come uditore giudiziario a Sanremo. Il secondo luogo dove esercita dal 1926 al 1939 come Giudice è Modena. Qui la famiglia si ingrandisce rapidamente, nascono Carlo, Annamaria, Gianfranco, Paola, Valentina e Gabriella. Invece i due membri della famiglia Vincenzo e Giuseppina, vedono la luce durante l'estate nella casa dei nonni a San Remo.

Una promozione a presidente di tribunale per il capo famiglia, che sembrava dovesse presentarsi nel foro di Bologna, non si materializza come previsto, per cui dopo essersi trasferita a Bologna la famiglia, deve attendere un anno.

Nel frattempo nasce Lorenzo con grande gioia del padre perché si realizza il suo desiderio di avere in casa un altro maschio, che avrebbe voluto chiamare con il suo stesso nome. La cosa risulta impossibile a causa di una nuova legge che proibisce tassativamente di dare al figlio il nome del genitore. Per questo esaminando il calendario sceglie il nome del Santo celebrato il 5 settembre, un non troppo noto San Lorenzo Giustiniani, visto che la nascita era avvenuta il 4 settembre.

 

Nel 1942 si realizza la nomina del capofamiglia Enrico E. a presidente di Tribunale nella città di Padova, per cui tutti i membri della famiglia preparano nuovamente le valigie.

A Padova l’accoglienza delle locali autorità è molto cordiale, anche da parte del Vescovo Bortignon, che consiglia ad un padre di 9 figli, di introdurli all’Antonianum, un ambiente culturale cattolico, abbastanza moderno, che usa il cineforum come mezzo di catechesi.

 

Come padre di famiglia, Enrico E. è estremamente affettuoso con i bimbi piccoli ed esigente con quelli più grandi. Per lui era importante averli bravi a scuola e la sua raccomandazione tipica era “siate seri”, fatta con un tono un pò ironico. Aveva un comportamento freddamente razionale nei casi di “grandi guai”, mentre le piccole cose potevano quasi fargli perdere il lume della ragione.

In casa Poggi c’erano molti libri, alcuni dei quali da una visione superficiale non parevano adeguati a dei bambini, ma con le spiegazioni del capo famiglia diventavano avvincenti compagni di avventure. Uno dei libri favoriti dai figli era quello che descriveva e riproduceva vari tipi di animali, scritto da Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon.

Un altro libro d’arte interessante mostrava le immagini delle nane della corte spagnola, tra cui una che assomigliava all’ottava figlia, Gabriella, dipinte dal divino pennello di Velasquez.

 

Enrico E. fumava raramente, abitudine favorita dalla suocera, Giuseppina Tonelli Vigo, la quale sosteneva che un uomo che fumava possedeva maggiore virilità. Il fumo può avere come conseguenza anche la formazione di ulcere gastriche come quella “fantasma” come la sua, che non fu mai rivelata dagli strumenti di diagnosi, ma sicuramente esistente in quanto generatrice della sintomatologia.

Per quanto riguarda il rapporto tra i coniugi, la coppia Enrico E. e Maria può essere considerata esemplare. I casi di disaccordo tra i due erano molto limitati.

Un disaccordo si manifestò quando le leggi che regolamentavano il lavoro domestico imposero nuovi criteri, comportando pagamenti di arretrati piuttosto onerosi. Secondo la moglie, questo onere risultava sovrastimato considerando le limitate capacità della Nina, la domestica che per 23 anni seguiva la famiglia. Soffrendo di limitazioni fisiche legate al rachitismo cronico e a ricorrenti emicranie non era in grado, secondo Maria, di fornire prestazioni “normali”. Enrico E., in quanto uomo di legge, non poteva ignorare invece le imposizioni presenti nella nuova normativa, mentre Maria, quale “tesoriera” dell’impresa famigliare si adattava con difficoltà alle disposizioni per lei ingiuste.

 

Durante il periodo bellico Enrico E. continua l'attività al Tribunale, talvolta vi si reca in auto beneficiando di passaggi da parte di compagni di sfollamento, altre volte utilizza la bicicletta, mezzo che lo espone a un rischio legato agli assidui bombardamenti. Anche in questo delicato periodo Enrico E. si dedica al lavoro con grande coscienza.

 

Il secondo soggiorno padovano della famiglia Poggi ha una durata di 14 anni, per 7 dei quali Enrico E. copre il ruolo di Presidente del Tribunale di Padova. Promosso a Consigliere di Corte d’Appello a Venezia nel ’47, deve scegliere tra continuare a vivere a Padova oppure trasferirsi a Venezia.

Sia lui che la moglie si trovano d’accordo sul fatto che i figli avrebbero gestito meglio la loro vita e gli impegni universitari restando nel posto che già conoscono e amano. A differenza del papà di Enrico E., Carlo Ambrogio, che nonostante sentisse amore per i figli non lo aveva dimostrato sempre nei comportamenti, Enrico E. decide di sacrificarsi per impedire che i suoi cari si sentano sballottati da un posto all’altro.

 

Dopo Padova, la promozione di ruolo porta a Bologna dove il capofamiglia riveste i ruoli di Procuratore Generale di Corte d’Appello e poi Presidente di Corte d’Appello.

Non fanno più parte del nucleo famigliare Carlo, Vincenzo, e, poco dopo l’arrivo a Bologna, Giuse, che preferisce iniziare la sua vita lavorativa come istitutrice presso una famiglia con prole bisognosa di aiuto nell'organizzazione, a Padova stessa.

 

Nel ’54 per la famiglia Poggi ha inizio il soggiorno bolognese che si dimostra utile per la terapia di una delle figlie, Isabella, bisognosa di cure post-poliomielite.

A Bologna la moglie Maria, si sente a casa, avendo passato in tale città tutto il periodo universitario e vive circondata da amicizie che possono consigliarla su questioni educative per i figli, e culturali. Per la prima volta l’impiego di Enrico assicura la disponibilità a tempo pieno di auto con autista, una novità molto apprezzata dalla famiglia intera. Una Fiat 1100 guidata da un ex Guardia Carceraria che si mostra professionalmente perfetto e umanamente capace di condividere con la famiglia i momenti di gioia e quelli di sofferenza e di prestarsi ad insegnare la guida al figlio Lorenzo, che poi prende patente ed auto ben presto. In questo contesto, viaggi che sarebbero stati rari o complicati diventano possibili, con grande soddisfazione della famiglia intera.

 

L’ultimo trasferimento per motivi di servizio porta la famiglia a spostarsi a Roma, dove Enrico E. lavora per 5 anni come Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione. Il copricapo (chiamato “tocco”) di cui si adorna come Procuratore Generale contiene 3 “lasagne” d’oro. La prima volta che lo indossa in pubblico, in occasione del discorso inaugurale dell'anno giudiziario 1962, si permette di sottolineare un annoso problema del sistema guidiziario in Italia, il “vizietto” degli studi di avvocati più importanti di giocare con i rinvii al fine di accaparrarsi il maggior numero di cause e con questo maggiorare i guadagni mentre la giustizia langue. In tale occasione mentre il presidente Antonio Segni ascolta interessato, una gran parte degli avvocati presenti ha come reazione quella di abbandonare la sala per protesta.

 

Ciò che rende difficili gli ultimi tempi alla Procura Generale è il tentativo, inutile, di riaprire il processo di Cassazione sul famoso “caso Gallo”, la sentenza di ergastolo per un omicidio la cui presunta vittima era risultata vivente.

 

Anni dopo, ciò che rende amari i suoi ultimi giorni passati in una camera d’ospedale, è la separazione da Maria, la compagna della vita, ritenuta necessaria dai figli nel tentativo di evitare sofferenze fatali, visto che il cuore debole dopo un infarto doveva essere tenuto al riparo da sollecitazioni emotive forti.

Enrico E. muore il 28 aprile del 1970 e riposa al Cimitero Verano a Roma, nella stessa tomba dove giace il nipote di Giuseppe De Lorenzo, l'autore del libro “Nel Furore della reazione del 1799”, lontano parente di Enrico E. da parte di padre. La sua tomba al Verano è stata un dono della cugina Giulia de Lorenzo.

 

RESIDENZE DELLA FAMIGLIA POGGI

 

A seguito delle evoluzioni di carriera del pater familias, la famiglia Poggi si trova a risiedere presso residenze varie, con diversi stili architettonici e in differenti città. Passando dagli edifici antichi con i preziosi marmi, del centro città di Padova, alle palazzine razionaliste degli anni '50 di Roma.

 

Nella prima residenza di Padova in via del Vescovado 20a, l'appartamento situato al primo piano gode di un terrazzino posto quasi di fronte al cosiddetto Palazzo degli specchi, con la tipica facciata di marmo. Sul terrazzino i piccoli di casa amano appostarsi per il momento del rientro del papà.

Le stanze, definite dai membri stessi della famiglia “eccessivamente ampie”, consistono di un salone dalle dimensioni smisurate (qualcosa come 9x8 m). Purtroppo le dimensioni non consentono un riscaldamento adeguato, anche se ufficialmente nell'appartamento ci sono dei termosifoni, che “prima della guerra” pareva fossero operativi. Durante la guerra bisogna accontentarsi del “prete”. Le femmine della famiglia si accontentano, mentre i maschi lo consideravano una mollezza sibaritica.

 

A 10 km da Padova fu offerto alla famiglia Poggi un'alloggio più sicuro in tempi di guerra, così poté trasferirsi, armi e bagagli, nel 1944 presso una villa del '500 affrescata dal Padovanino, situata sulle colline vulcaniche dei Colli Euganei, dove sorgono acque termali, precisamente a Montecchia di Selvazzano.

Una località che faceva pensare a libagioni di vino rosso o di bianco. Montecchia era il posto in cui la vita poteva durare più a lungo, in effetti per la famiglia Poggi funziona. Il fatto che fosse una villa veneta affrescata dal Padovanino non era particolarmente rilevante rispetto alla protezione che la residenza esercita dai bombardamenti.

In quel periodo Maria ha un incidente di bicicletta che si rivela drammatico per la salute. Una brutta frattura alla gamba la costringe ad una lunga degenza con trazione accompagnata da una acuta nevrite ed in seguito, ad una lesione importante da decubito. Durante il periodo di degenza all'ospedale, al marito viene permesso di dormire accanto al letto di lei e di farle da “infermiere” molto sollecito.

Nella bellissima villa cinquecentesca, circondati dalla natura, la famiglia passa circa due anni al riparo dagli eventi bellici più traumatici.

Finito il conflitto bellico un evento drammatico colpisce la famiglia, la perdita dello zio Carlo. La famiglia ne viene a conoscenza dopo mesi, in quanto le comunicazioni in quel periodo erano discontinue.

La famiglia rientra a Padova in via Vescovado, dove trascorre i successivi 9 anni.

 

A seguito della promozione del capofamiglia alla carica di Procuratore Generale, presso la Corte d’appello di Bologna, nel '54 si trasferiscono a Bologna in via Dè Gombruti, 11.

La famiglia Poggi a Bologna risulta composta dai coniugi Maria ed Enrico E. con i figli Annamaria, Gianfranco,Valentina, Gabriella, Lorenzo, Claudia, Isabella. Risiedono a Palazzo Facchini al primo piano, pur avendo anche al pian terreno una grande stanza, ”la stanza delle mele”. La famiglia la riempiva con le mele che riponeva, formando un unico strato, così da conservarle per tutto l'inverno.

L'appartamento ha uno sviluppo lungo un corridoio, in cui si ammira un affresco della madonna con bambino (g) fiancheggiato da ambienti ampi con un caminetto di marmo (b) sormontato da un'aquila, nella sala da pranzo.

L'aquila recante un cartiglio in greco in cui viene riprodotta una frase del vangelo (l).

L'appartamento ha soffitti affrescati di 6 metri di altezza (d) dove sono rappresentati gli Dei dell'olimpo, con una cornucopia da cui piovono monete auree (c, e).

Nel salotto della casa è ben in vista un quadro che raffigura Enrico Poggi con la toga e un cartiglio in mano (a), ritratto da un pittore dilettante di nome Grasselli.

Le finestre di parte dell'appartamento si affacciavano su un cortile e la parete sud veniva illuminata d'autunno dalla vite americana che assumeva un colore rosso (f). Alcuni alberi come tigli e platani permettevano di considerare questo spazio come un “quasi giardino” di circa 300 metri quadri, dove le piccole della famiglia, Claudia e Isabella amavano passare il tempo insieme ai cuginetti.

 

La famiglia nel 1962 si trasferisce a Roma in Via Barrili 35, a seguito della promozione del capofamiglia a Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione.

Si trattava di una palazzina degli anni '50 costruita con criteri moderni e razionali, nel quartiere di Monteverde Vecchio.

Enrico E. muore nel '70 e la moglie Maria rimarrà nella residenza romana fino al '78.

Dopo di allora abita in un appartamento di Bologna in Via dei Bersaglieri, 7 (già dimora della consuocera signora Elena Brescia in Ghigi) generosamente offertole dal genero Paolo, fino al '88 anno in cui viene a mancare.